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Titlu referat: Cesare Beccaria -Dei delitti e delle pene

Nivel referat: liceu

Descriere referat:
Cesare Beccaria -Dei delitti e delle pene
In rebus
quibuscumque difficilioribus non expectandum,ut
qui simul, et serat, et metat,sed praeparatione
opus est, ut per gradus maturescantBACON, Serm.
fidel, n. XLV
In tutte le cose
più difficili non ci si deve aspettareche
qualcuno semini e raccolga contemporaneamentema
è necessario un periodo di attesaaffinché esse
a poco a poco giungano a maturazione
(1763)*A chi legge
          Alcuni avanzi di leggi di un
antico popolo conquistatore fatte compilare da un principe che dodici secoli fa
regnava in Costantinopoli, frammischiate poscia co’ riti longobardi,
ed involte in farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti, formano
quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell’Europa ha
tuttavia il nome di leggi; ed è cosa funesta quanto comune al dì
d’oggi che una opinione di Carpzovio, un uso antico accennato da
Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio sieno le
leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbono reggere le
vite e le fortune degli uomini. Queste leggi, che sono uno scolo de’
secoli i piú barbari, sono esaminate in questo libro per quella parte che
risguarda il sistema criminale, e i disordini di quelle si osa esporli
a’ direttori della pubblica felicità con uno stile che allontana il
volgo non illuminato ed impaziente. Quella ingenua indagazione della verità,
quella indipendenza delle opinioni volgari con cui è scritta
quest’opera è un effetto del dolce e illuminato governo sotto cui
vive l’autore. I grandi monarchi, i benefattori della umanità che ci
reggono, amano le verità esposte dall’oscuro filosofo con un non
fanatico vigore, detestato solamente da chi si avventa alla forza o alla
industria, respinto dalla ragione; e i disordini presenti da chi ben
n’esamina tutte le circostanze sono la satira e il rimprovero delle
passate età, non già di questo secolo e de’ suoi legislatori.
          Chiunque volesse onorarmi delle
sue critiche cominci dunque dal ben comprendere lo scopo a cui è diretta
quest’opera, scopo che ben lontano di diminuire la legittima
autorità, servirebbe ad accrescerla se piú che la forza può negli uomini la
opinione, e se la dolcezza e l’umanità la giustificano agli occhi di
tutti. Le mal intese critiche pubblicate contro questo libro si fondano su
confuse nozioni, e mi obbligano d’interrompere per un momento i miei
ragionamenti agl’illuminati lettori, per chiudere una volta per
sempre ogni adito agli errori di un timido zelo o alle calunnie della maligna
invidia.            Tre sono le sorgenti
delle quali derivano i principii morali e politici regolatori degli uomini. La
rivelazione, la legge naturale, le convenzioni fattizie della società. Non vi
è paragone tra la prima e le altre per rapporto al principale di lei fine; ma
si assomigliano in questo, che conducono tutte tre alla felicità di questa
vita mortale. Il considerare i rapporti dell’ultima non è
l’escludere i rapporti delle due prime; anzi siccome quelle, benché
divine ed immutabili, furono per colpa degli uomini dalle false religioni e
dalle arbitrarie nozioni di vizio e di virtú in mille modi nelle depravate
menti loro alterate, cosí sembra necessario di esaminare separatamente da ogni
altra considerazione ciò che nasca dalle pure convenzioni umane, o espresse, o
supposte per la necessità ed utilità comune, idea in cui ogni setta ed ogni
sistema di morale deve necessariamente convenire; e sarà sempre lodevole
intrappresa quella che sforza anche i piú pervicaci ed increduli a conformarsi
ai principii che spingon gli uomini a vivere in società. Sonovi dunque tre
distinte classi di virtú e di vizio, religiosa, naturale e politica. Queste
tre classi non devono mai essere in contradizione fra di loro, ma non tutte le
conseguenze e i doveri che risultano dall’una risultano dalle altre.
Non tutto ciò che esige la rivelazione lo esige la legge naturale, né tutto
ciò che esige questa lo esige la pura legge sociale: ma egli è
importantissimo di separare ciò che risulta da questa convenzione, cioè dagli
espressi o taciti patti degli uomini, perché tale è il limite di quella forza
che può legittimamente esercitarsi tra uomo e uomo senza una speciale missione
dell’Essere supremo. Dunque l’idea della virtú politica
può senza taccia chiamarsi variabile; quella della virtú naturale sarebbe
sempre limpida e manifesta se l’imbecillità o le passioni degli
uomini non la oscurassero; quella della virtú religiosa è sempre una
costante, perché rivelata immediatamente da Dio e da lui conservata.
           Sarebbe dunque un errore
l’attribuire a chi parla di convenzioni sociali e delle conseguenze
di esse principii contrari o alla legge naturale o alla rivelazione; perché
non parla di queste. Sarebbe un errore a chi, parlando di stato di guerra prima
dello stato di società, lo prendesse nel senso hobbesiano, cioè di nessun
dovere e di nessuna obbligazione anteriore, in vece di prenderlo per un fatto
nato dalla corruzione della natura umana e dalla mancanza di una sanzione
espressa. Sarebbe un errore l’imputare a delitto ad uno scrittore,
che considera le emanazioni del patto sociale, di non ammetterle prima del
patto istesso. La giustizia divina e la giustizia naturale sono per essenza
loro immutabili e costanti, perché la relazione fra due medesimi oggetti è
sempre la medesima; ma la giustizia umana, o sia politica, non essendo che una
relazione fra l’azione e lo stato vario della società, può variare
a misura che diventa necessaria o utile alla società quell’azione,
né ben si discerne se non da chi analizzi i complicati e mutabilissimi
rapporti delle civili combinazioni. Sí tosto che questi principii
essenzialmente distinti vengano confusi, non v’è piú speranza di
ragionar bene nelle materie pubbliche. Spetta a’ teologi lo stabilire
i confini del giusto e dell’ingiusto, per ciò che riguarda
l’intrinseca malizia o bontà dell’atto; lo stabilire i
rapporti del giusto e dell’ingiusto politico, cioè
dell’utile o del danno della società, spetta al pubblicista; né un
oggetto può mai pregiudicare all’altro, poiché ognun vede quanto la
virtú puramente politica debba cedere alla immutabile virtú emanata da Dio.
          Chiunque, lo ripeto, volesse
onorarmi delle sue critiche, non cominci dunque dal supporre in me principii
distruttori o della virtú o della religione, mentre ho dimostrato tali non
essere i miei principii, e in vece di farmi incredulo o sedizioso procuri di
ritrovarmi cattivo logico o inavveduto politico; non tremi ad ogni proposizione
che sostenga gl’interessi dell’umanità; mi convinca o
della inutilità o del danno politico che nascer ne potrebbe dai miei
principii, mi faccia vedere il vantaggio delle pratiche ricevute. Ho dato un
pubblico testimonio della mia religione e della sommissione al mio sovrano
colla risposta alle Note ed osservazioni; il rispondere ad ulteriori scritti
simili a quelle sarebbe superfluo; ma chiunque scriverà con quella decenza che
si conviene a uomini onesti e con quei lumi che mi dispensino dal provare i
primi principii, di qualunque carattere essi siano, troverà in me non tanto un
uomo che cerca di rispondere quanto un pacifico amatore della verità.
**INTRODUZIONE
          Gli uomini lasciano per lo
piú in abbandono i piú importanti regolamenti alla giornaliera prudenza o
alla discrezione di quelli, l’interesse de’ quali è di
opporsi alle piú provide leggi che per natura rendono universali i vantaggi e
resistono a quello sforzo per cui tendono a condensarsi in pochi, riponendo da
una parte il colmo della potenza e della felicità e dall’altra tutta
la debolezza e la miseria. Perciò se non dopo esser passati framezzo mille
errori nelle cose piú essenziali alla vita ed alla libertà, dopo una
stanchezza di soffrire i mali, giunti all’estremo, non
s’inducono a rimediare ai disordini che gli opprimono, e a
riconoscere le piú palpabili verità, le quali appunto sfuggono per la
semplicità loro alle menti volgari, non avvezze ad analizzare gli oggetti, ma
a riceverne le impressioni tutte di un pezzo, piú per tradizione che per
esame.           Apriamo le istorie e
vedremo che le leggi, che pur sono o dovrebbon esser patti di uomini liberi,
non sono state per lo piú che lo stromento delle passioni di alcuni pochi, o
nate da una fortuita e passeggiera necessità; non già dettate da un freddo
esaminatore della natura umana, che in un sol punto concentrasse le azioni di
una moltitudine di uomini, e le considerasse in questo punto di vista:
la massima felicità divisa nel maggior
numero. Felici sono quelle pochissime nazioni, che
non aspettarono che il lento moto delle combinazioni e vicissitudini umane
facesse succedere all’estremità de’ mali un avviamento al
bene, ma ne accelerarono i passaggi intermedi con buone leggi; e merita la
gratitudine degli uomini quel filosofo ch’ebbe il coraggio
dall’oscuro e disprezzato suo gabinetto di gettare nella moltitudine
i primi semi lungamente infruttuosi delle utili verità.           Si sono conosciute le vere relazioni fra il sovrano
e i sudditi, e fralle diverse nazioni; il commercio si è animato
all’aspetto delle verità filosofiche rese comuni colla stampa, e...



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